giovedì 14 maggio 2009

referendum elettorale e bipartitismo



I tre quesiti abrogativi pendenti sulla legge elettorale Calderoli/Porcellum sui quali gli elettori saranno chiamati a votare il 21 giugno riguardano: 1) l'abrogazione alla Camera; 2) e al Senato della possibilità di collegamento tra liste, così da consentire l'attribuzione del premio di maggioranza alla lista che raccoglie il maggior numero di voti e non più alla coalizione; 3) il divieto di candidarsi in più circoscrizioni elettorali. (TESTO)

La risultante di un eventuale esito positivo delle abrogazioni in salsa simil-maggioritaria, senza dover andare a pescare le leggi di Duverger, sarebbe una forte incentivazione al bipartitismo. Ma ci sono ragioni per pensare che sia un progetto prima culturale e poi politico. Levatisi il fardello delle coalizioni le liste maggiori saranno spinte ad inglobare le forze politiche secondarie (almeno quelle che avranno ambizioni governative) per raggiungere un tetto di voti pari alla maggioranza relativa. Se con le coalizioni però le identità rimanevano almeno visibilmente distinte, la sindrome da Partito-Democratico porterà nel breve-medio termine all'omologazione delle proposte politiche. Il grande progetto di Berlusconi di lasciare in eredità all'Italia un sistema bipartitico stile USA. Progetto in cui si è inserito il Pd sperando di cannibalizzare la scena a sinistra senza tuttavia avere i numeri per arrivare al premio di maggioranza salvo stravolgimenti tra Lega e Pdl dall'altra parte. Un piano già fallito in partenza, una cieca corsa al potere che si strafotte l'Italia. Non a caso l'unica spiegazione al "Sì" data dal segretario del Pd è stata che "bisognava saper rischiare". Appunto, alla cieca.

Se l'operazione fosse meramente politica e il Pdl avesse voluto liquidare la Lega e studiare un sistema che gli avrebbe consentito di governare da solo, avrebbe potuto tergiversare aspettando fine legislatura per accordarsi con il Pd su un sistema a doppio turno. Il Pd da parte sua avrebbe potuto correre per le elezioni aspettando al secondo turno il voto tattico degli elettori alla sua sinistra e alla sua destra. Il monoturno al contrario richiede aggregazione e assimilazione: un giro di vite sulle proposte politiche ed un azzeramento di alternativa. Esempio: quanti elettori Ds avrebbero dieci anni fa immaginato di andare a votare un partito che in campagna elettorale si presenta con manifesti che recitano «Più sicuri. Eccome. Con più agenti sul territorio»? Inoltre, e non secondario, il costruendo bipartitismo aggrava il livello di personalizzazione della politica, processo già innescato dalla riforma elettorale del 1993 (Mattarellum), o meglio «la logica bipolare della competizione elettorale, con il corollario della sostanziale investitura del Presidente del Consiglio, tipica delle cosiddette "democrazie immediate"» (Bin, Pitruzzella).

Il referendum è stato propagandato come mezzo per correggere un sistema elettorale sminchiato. Bene. In che modo? Lasciando tutto così com'è: liste bloccate, proporzionale, soglie di sbarramento innalzate dal 2 al 4% sul piano nazionale alla Camera e dal 3% all'8% sul piano regionale al Senato, come logica conseguenza dell'abolizione delle coalizioni e le "agevolazioni" che beneficiavano le liste appartenenti a queste. A cui si aggiunge il premio di maggioranza alla lista che raccoglie più voti. Unico elemento di rottura è rappresentato dal terzo quesito, già definito da qualcuno come "foglia di fico" del pacchetto referendario; in questo caso il "Sì" riguarderebbe l'eliminazione della possibilità che un candidato si presenti in più circoscrizioni sia alla Camera che al Senato, pratica che consentiva a giochi fatti di scegliersi una circoscrizione lasciando che nell'altra venisse ripescato un altro candidato, più gradito rispetto a quello che sarebbe stato ripescato nella circoscrizione scelta. «Un esempio macroscopico di cooptazione».


I monocolori-Berlusconi non sono ancora finiti. O forse, addirittura, non sono ancora arrivati. Il bipartitismo non c'è ancora, ma il partito unico, quello si muove. Per i suoi costituenti basta sfogliare i nomi del comitato promotore del referendum.



lunedì 6 aprile 2009

middle east: esiste un dopo Iraq?



L'accordo di fine anno, il SOFA, mette nero su bianco le date del ritiro americano in Iraq, e ciò che ci girerà attorno. Questo Status of Forces Agreement è una delle prove più tangibili del fallimento totale della campagna militare lanciata nel 2001 da G.W.Bush. Non per il ritiro delle truppe, sia chiaro, ma per la risoluzione ufficiale del conflitto. Che sembra suggerire un ribaltamento di potere tra chi dovrebbe aver vinto la guerra a dispetto dell'altro (situazione in cui vengono imposte le condizioni del vincitore). Come a dire che, fa notare Fabio Mini in "Uno scomodo Sofa", «visto che il regime di Saddam non c'è più, l'Iraq vuole lo stesso trattamento di cui godeva quando c'era "lui": pretesa legittima anche se imbarazzante nel riferimento». Gli articoli dell'accordo rispecchiano questo leit-motiv, alcuni di questi scritti con toni addirittura perentori o da intimidazione incondizionata. Un documento contenente richieste che sarebbero dovute essere definite, nella forma e nella sostanza, come irricevibili da parte della diplomazia del vincitore.

Prendiamo l'articolo 24, riguarda la forma: «All U.S. forces are to withdraw from all Iraqi territory, water and airspace no later than the 31st of December of 2011. All U.S. combat forces are to withdraw from Iraqi cities, villages, and towns not later than the date that Iraqi forces assume complete responsibility of security in any Iraqi province. The withdrawal of U.S. forces from the above-mentioned places is on a date no later than the 30 June 2009. The United States admits to the sovereign right of the Iraqi government to demand the departure of the U.S. forces from Iraq at anytime. The Iraqi government admits to the sovereign right of the United States to withdraw U.S. forces from Iraq at anytime». Il tono di incondizionalità è sancito con un bel "gong" per mezzo delle due date. Che azzerano la possibilità di cambiamenti in corso. E ciò nonostante le ipotesi di deterrenza delle minacce alla sicurezza irachena (art. 27) che però "vengono riferite esclusivamente alla sopravvivenza politica dell'attuale regime". Si aggiungono infine le ultime due gemme: gli Stati Uniti possono decidere di andarsene in qualsiasi momento oppure, riconoscendo il diritto sovrano dell'Iraq, farsi cacciare via anche domani, se nelle intenzioni di Baghdad. L'articolo 26 è invece un esempio di richieste sostanziali: «In order to enable Iraq to continue developing its national economy by rehabilitating the Iraqi economic infrastructures and also to provide the basic vital services for the Iraqi people and to continue to preserve Iraqi resources such as petroleum, gas and other resources and also to preserve its financial and economic assets abroad, including the Development Fund of Iraq, the United States of America guarantees its best effort in order to: - Support Iraq to cancel its international debts that resulted from the policy of the former regime; - Support Iraq to reach a final and comprehensive decision regarding the demands of compensation that Iraq inherited from the former regime that have not been resolved yet, including the demands of compensation that was imposed on Iraq by the International Security Council».

Il SOFA, ora che il mandato ONU è scaduto e non rinnovato, è l'unico punto di riferimento. Eluderlo, significherebbe violare il diritto internazionale, o comunque, giocare sporco. Ma parecchio sporco. Resta allora da chiarire perchè il SOFA è stato scritto così come è stato scritto. La risposta è tutta qui: l'Iraq si è reso fin troppo bene conto della situazione balbettante degli Stati Uniti, contingente e non. Ed è riuscito a prendere il coltello dalla parte del manico: farsi delegare nei compiti interni e farsi rafforzare il governo centrale, «tendendo la trappola dell'inaffidabilità e dell'inadempienza dei forti», consci del fatto di essere un argomento da spendere nel dibattito interno agli Stati Uniti. Un ricattino efficace, in fondo, interessi economici messi al sicuro, Washington non ha più motivi per occuparsi dell'Iraq. Perchè mai continuare ad assumersi la responsabilità, o rischiare di contare altri morti? La "democrazia" è già stata esportata. Tanto più che i modelli di occupazione di derivazione "seconda guerra mondiale" non sono più applicabili nel bel mezzo di un'insurrezione armata. Non si può pensare di dividere per controllare, quando il problema è l'opposto: gli interlocutori sono già molteplici, la rete del potere informale (diwan) vasta: si pensi al ruolo delle tribù sparse nel territorio, che si sostituiscono ai poteri istituzionali. Persino a cavallo dei confini, luoghi in cui il potere centrale dovrebbe avere tutto l'interesse di vigilare e rimarcare aggressivamente come "suoi", anche in virtù della funzione simbolica che assumono.

I contingenti militari americani confluiranno pertanto in Afghanistan. E questo mi porta al secondo punto. Come può essere conciliabile il fallimento iracheno, cui ha certamente contribuito la vecchia amministrazione Bush nella decisione di coprire le «inadeguatezze politiche e militari», stando sempre a Fabio Mini, «facendo finta che si potesse risolvere il problema con qualche migliaio di soldati in più», con il nuovo rimpolpamento che si prospetta per l'Afghanistan? Vedasi adunata generale di Obama: «L'Europa non si può aspettare che gli Stati Uniti sostengano da soli peso militare in Afghanistan perché siamo lì per affrontare un problema comune». Il pretesto è fornito dalla "turbolenta" regione di frontiera con il Pakistan. Sembra la riapplicazione del modello morto e sepolto giusto ieri in Iraq. Sfidare sul proprio terreno gruppi di potere locale, rischiare una guerriglia non controllabile, e magari bollare il tutto al nome "al-Qaeda". Ma come, giusto 17 giorni fa hai mandato bacini a Tehran (messaggio nel giorno di "Nowruz": «just one part of your great and celebrated culture») lanciando, di fatto, un negoziato diplomatico che aspetta solo le elezioni di giugno per entrare nel vivo, e ora ritorni massicciamente in Afghanistan? Pur sapendo che le perdite del 2008 sono aumentate del 21% rispetto a quelle dell'anno precedente. Pur avendo dall'Iraq così tanto da imparare. Pur consci della necessità di una nuova politica per il medio oriente: vedasi appunto little o grand bargain con l'Iran.

E' una politica estera che continua ad essere molto ambigua. L'unico punto che appare chiaro è come non esista una linea guida comune, e che si proceda per scelte diversificate, caso per caso. E' possibile che il "paradosso del vincitore" vistosi in Iraq possa aver indotto gli Stati Uniti ad una scelta più aggressiva ed energica per l'Afghanistan, in modo da avere più peso diplomatico al momento giusto. Ossia senza uscire gradualmente dagli affari di ordine interno prima dell'atto conclusivo (maggiore ricattabilità?). Tuttavia questo scenario potrebbe destabilizzare ulteriormente una regione in cui il livello di caos è già alle soglie di guardia. Inoltre, in prospettiva, potrebbe logorare la credibilità degli USA esattamente come accaduto in Iraq. Questa serie di ragioni fa pensare che la scelta di rafforzare numericamente i contingenti sottenda logiche estranee, di per sé, al controllo della tribulata regione afghano-pakistana. A meno che non si voglia adottare il punto di vista neocon, non solo come pretesto, per cui Al-Qaeda è il male di questo mondo, e, in quanto tale, vada debellato militarmente parlando. Aggiungendo, peraltro, un altro significativo tassello alla sua mitizzazione nonché rafforzamento: leggi alla voce "cos'era al-Qaeda prima dell'11 settembre".

Più verosimilmente, nelle dichiarazioni di Obama credo vadano lette almeno tre intenzioni. La prima è quella di rafforzare il presidio medio-orientale nell'unico posto dove questo è ancora possibile e di libero arbitrio per gli USA. In parte alimentato dal necessario turn-over che si prospetta in seguito al SOFA, o graduale sgombero dall'Iraq, in parte dettato dall'esigenza vecchio-stile di ricordare a tutti che gli Stati Uniti sono ancora "affidabili". Che richiama tristemente il ruolo giocato negli ultimi anni dall'improbabile attore internazionale Italia: non importa il come, il quando, e neppure il cosa; l'importante è esserci. Il secondo motivo potrebbe avere a che fare con gli equilibri internazionali messi in discussione da Russia (vedasi Olsezia) e altri paesi emergenti, tra cui soggetti sovranazionali per ora minori come l'ASEAN, ma in rapida ascesa, specie in seguito alle recenti (2003, 2004) adesioni di Giappone, Cina, India e Pakistan ai "Trattati di Amicizia e Cooperazione": vale la pena ricordare l'invito al G20 di qualche giorno fa anche a Abhisit Vejjajiva, premier thailandese e presidente di turno dell'Asean. In questa prospettiva è possibile leggere l'adunata generale di Obama per l'Afghanistan come un tentativo di riproporre al mondo un'immagine compatta di NATO, ma, più reconditamente, ancora una volta di sé stessi. Poiché come è chiaro, per usare una litote, non sono gli Stati Uniti ad essere l'appendice della NATO. Infine, per non dimenticarsene, il presidio in Afghanistan rassicura Israele (anche se è tutt'altro che circondato) e al contempo costituisce l'elemento di pressione in caso di eventuale little bargain con l'Iran, cioè nel caso in cui si dialoghi con Tehran senza escludere la possibilità di intervento manu militari. In ogni caso, attorno a questo punto, si avrà maggior chiarezza dopo le elezioni di giugno, il cui esito viene dato molto incerto.

Occorre dunque chiedersi seriamente se esista un dopo-Iraq. Interloquire con l'Iran rappresentava una scelta obbligata, rafforzare l'occupazione in Afghanistan no. O quantomeno non strettamente. Penso, in chiave interpretativa, che ci sia bisogno di uscire dall'equivoco che la politica estera americana sia ambivalente. Certo un'amministrazione democratica è solitamente più attenta a questioni minime di forma: Bush era il tipo di presidente che non doveva rendere conto a nessuno di quel che faceva, e se sì, come si è visto, si avvaleva di prove costruite ad hoc. Pertanto una scelta di rottura rispetto all'amministrazione precedente sarebbe dovuta essere compiuta proprio a proposito di Afghanistan. Inutile ripararsi dietro all'improbabilmente deontologico cambio di approccio in Iran. Perchè così, il dopo-Iraq è solo un Iraq-2. Anche se gli strumenti politico-diplomatici sono quello che sono, e sporcano pure tutto quel che toccano, a quest'inerzia terribile Mr Obama ci dovrebbe forse pensare un po' più attentamente. Can you?



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martedì 3 marzo 2009

stay human

4,5 miliardi di cartone



Stati Uniti, Russia, UE. Il vertice di Sharm El Sheikh chiude tutto cercando di porre la proverbiale pezza al disastro di impotenza e negligenza sfoderato dalla politica estera occidentale in occasione dell'operazione "Piombo fuso". Così come i recenti interventi di Frattini e Kouchner, riguardo alla stabilizzazione dei rapporti siro-libanesi e la nuova legge elettorale con cui si andrà a votare a giugno nel paese dei cedri, anche qui si tratta di un'operazione di retorica diplomatica prevalentemente rivolta all'opinione pubblica occidentale. La politica della "caramellina".

Dietro il summit di Sharm si continua a perpetuare l'esclusione politica di Hamas, attore imprescindibile per una stabilizzazione e normalizzazione a livello regionale e non solo. Tanto più che l'esclusione è pragmaticamente esplicita e sfacciata: di 900 milioni di dollari stanziati dagli Usa per la ricostruzione, solo 300 andranno direttamente per la gestione dell'emergenza umanitaria a Gaza, mentre il rimanente sarà devoluto all'Anp (Fath). Insomma una grande bombola d'ossigeno per "Mahmud il moderato", leader di un partito vessato da gravi difficoltà economiche, oltrechè inviso a molti palestinesi in seguito all'accondiscendenza dimostrata all'avvio delle operazioni militari a Gaza (peraltro occasione in cui centinaia di esponenti di Hamas in Cisgiordania sono stati arrestati, alcuni spariti nel nulla; la caccia all'islamista è avvenuta d'intesa con le Forze armate israeliane e sotto la supervisione della CIA). Sullo sfondo, una molto remota possibilità di ritorno da parte di Fath nella striscia di Gaza, dove fu espulsa da Hamas il 15 giugno 2007 in seguito ad un escalation di ritorsioni da parte dei due gruppi.

La sensazione è quella di aver prodotto ancora una volta uno sbilanciamento degli equilibri di potere, spingendo per Fath e per la divisione, saltando a piè pari il popolo palestinese, che si sarebbe dovuto esprimere in Cisgiordania per il rinnovo del mandato elettorale di Abu Mazen (scaduto il 9 gennaio). Un processo elettorale privo di turbative avrebbe probabilmente condotto i due tronconi del mondo palestinese, Gaza e West-Bank, a unificarsi sotto l'egida di Hamas. Le elezioni ora sono state rinviate di un anno. E nel frattempo si continua a trattare con la leadership de facto anzichè con quella de jure. Non la si può certo definire una mediazione disinteressata. «Perchè», chiede Yusif, dirigente di Hamas, «l'America e l'Europa, anche se con accentuazioni diverse al suo interno, continuano a vincolare il riconoscimento di un governo (palestinese) scaturito da libere elezioni, al riconoscimento da parte nostra di Israele? E' una pregiudiziale e non un elemento di negoziato. Ma nessuno chiede a Israele come pregiudiziale per mantenere le relazioni il riconoscimento della Palestina come stato indipendente». Tanto più che, come lo storico Dan Diner spiega, «i destini incrociati dei due popoli sono segnati dalla "dialettica del non-riconoscimento" reciproco: quando un ebreo dice "Israele" o un arabo palestinese "Palestina", pensa lo stesso spazio. Sicchè la retorica dei due Stati naufraga sempre e continuamente sulle cataratte della realtà» [Dialektik der Nichtanerkennung]. E su questo fronte Hamas è vincente, proprio perchè «ci si sente traditi dagli stessi "fratelli arabi" (Fath) che usano la causa palestinese per i loro giochi di potere», come spiega anche Sari Nusayba, rettore dell'Università al-Quds di Gerusalemme Est.

Israele insiste nel vedere in Fath l'unico interlocutore possibile; una posizione che significa inevitabilmente non voler guardare il problema, mantenere i rapporti di forza e status quo. Non esiste alcuna prospettiva, se non quella della pulizia etnica. "Etnia e sicurezza". Specie da quando, morto Arafat, Israele ha trasformato il regime di Abu Mazen in un protettorato: Chomsky senza mezzi termini parla di Fath come "polizia israeliana nella West-Bank". Mentre Gaza è semplicemente una gabbia sovrapopolata. Per dirla come Moshe Yaalon nel 2002, l'allora capo di Stato maggiore delle Forze armate israeliane: «Ai palestinesi dev'essere fatto capire nei recessi profondi della loro coscienza che sono un popolo sconfitto».

Hamas e Fath si incontreranno ora per una serie di tavoli di confronto. «E' da escludere», fa notare l'analista giordano Ahmad Gamil 'Azm, «che nell'era della contrapposizione tra fazioni, nel contesto di un sostanziale equilibrio di forze, in presenza di potenze mondiali e regionali che non hanno interesse a sostenere la riconciliazione, e alla luce degli attuali conflitti e delle rese dei conti per impadronirsi del potere, vi sia un clima favorevole alla riconciliazione. I palestinesi si trovano di fronte a due movimenti di punta del loro panorama politico, di cui il primo, Fath, sta vivendo le fasi finali della sua vita politica, essendosi dimostrato incapace di rinnovarsi, e il secondo - Hamas - vive una fase di declino caratterizzato da incertezze ideologiche, politiche e militari».

Da Sharm si esce così, con il sorriso tipico della diplomazia occidentale che salva capre e cavoli, una colletta grande stile per Fath, e una pacca a Israele, la testa di ponte per i suoi interessi medio-orientali. La speranza è che dietro alla Clinton, che come ha fatto notare a suo tempo il Washington Post, per le posizioni da sempre espresse è la più filoisraeliana tra tutte le candidature prese in considerazione da Obama, si stia lavorando dietro le quinte in un'operazione di profilo segreto o a basso livello anche con Hamas, consapevoli che un ostracismo nei suoi confronti sarebbe controproducente. In primo luogo per gli interessi stessi di Israle, che si potrebbe veder sfuggire di mano la situazione anche nella West-Bank. Il totale isolamento di Hamas optato da Bush, potrebbe dunque finire in luogo di una nuova strategia di divisione interna di Hamas, puntando in particolare sul cosidetto "partito degli americani" (i dirigenti del partito islamico formatisi negli Stati Uniti), isolando l'ala militarista.

In ogni caso il leitmotiv è costituito dal mantenimento dell'asimmetria Israele-Palestina, di gestione della dominanza dei primi rispetto ai secondi. Si continua a tacere sul continuo avanzamento insediativo israeliano in Cisgiordania, il progetto E1, che creerebbe continuità di popolazione ebraica tra gli insediamenti costruiti da Israele per connettere l'area annessa a Gerusalemme nel 1967 a quella di Ma'ale Adumim, nonostante questo violi apertamente la quarta Convenzione di Ginevra: «La potenza occupante non potrà mai procedere alla deportazione o al trasferimento di una parte della propria popolazione civile sul territorio da essa occupato». Si tratta di nuove case per 300 mila nuovi coloni, come ha denunciato ieri il movimento israeliano Peace Now, che accentua il frastagliamento cisgiordano spingendo ancora più a est il passaggio nord-sud palestinese. Una difficoltà in più per realizzare uno stato palestinese. A questo si aggiungono i 630 posti di blocco, alcuni fissi ed altri mobili, disseminati qua e là (fonte ONU). Parte delle aree sono interdette all'accesso dei palestinesi, e in altre si richiede un permesso speciale. Israele vieta ai palestinesi l'uso di 200 km di strade principali, riservate agli israeliani. E Gaza, beh, è Gaza.

Del vertice di Sharm-el-Sheikh, i palestinesi avranno letto, e sorriso. Se ancora ci riescono.

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